Marzo 2026 - #15
La stanchezza primaverile, una combo libro + disco, Paul McCartney e come sempre tanta musica con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro
Ciao,
Questo è IlRestoèSilenzio, il mio spazio felice e il mio diario aperto. Puoi trovarci pensieri e parole, ma anche libri, film, spettacoli, tutto ciò che mi passa per la testa e di cui mi viene voglia di parlare con te!
In questa mia lettera troverai come al solito un po’ di:
💭Pensieri e parole
🎶La musica che mi gira intorno
Mauro Ermanno Giovanardi - E poi scegliere con cura le parole
Crosby Still Nash & Young - Déjà vu
📚 Un libro e un disco 📀
Gli antropologi di Ayşegül Savaş & Garip degli Altın Gün
📚 Nel cassetto un libro letto
Poveri a noi di Elvio Carrieri
🎬Tra un manifesto e lo specchio
Man on the run (Visto su Prime Video!)
🎧 Prima di salutarci, ti consiglio 5 brani che ho ascoltato tanto e che hanno fatto da colonna sonora di questo mese.
Sono prolissa, lo so! Ma soprattutto qui, non ho voglia di misurare le parole.
Leggi solo quello che ti va :)
Ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai (Gino Paoli)
Il 24 marzo 2026 all'età di 91 anni, Gino Paoli lasciava questo mondo. Le parole d’amore più belle poteva trovarle solo un uomo con una pallottola nel petto.
Ti lascio qui sotto la sua esibizione del 2019 a “Maledetti amici miei”, un programma Rai molto bello andato in onda su Rai 2 con Rocco Papaleo, Sergio Rubini, Alessandro Haber e Giovanni Veronesi.
🎧 Nelle cuffie passava Gino Paoli con Una lunga storia d’amore
Pensieri e Parole
La stanchezza è stata protagonista per me in questo mese di tante riflessioni, ma nel frattempo ho scoperto che non è una stanchezza che tocca solo me: riguarda molte persone. In gergo medico viene spesso chiamata “stanchezza primaverile” ed è legata soprattutto al modo in cui il corpo si adatta ai cambiamenti climatici, agli orari e ai ritmi biologici. Le giornate si allungano, le temperature variano rapidamente e questo non fa che stressare il nostro organismo. Molti di noi, invece di sentirsi rinvigoriti, si ritrovano più lenti, più pesanti, come se il corpo e la mente si stessero adattando a un nuovo tempo, mentre il cuore ancora indugia nel freddo invernale. È una stanchezza strana, che non sempre è solo fisica. Quest’anno, fra l’altro, la primavera tarda ad arrivare il che rende le cose ancora più difficili.
I'd give you everything I've got
For a little peace of mind (I’m so tired - The Beatles)
Ci hanno insegnato a riconoscere la stanchezza solo quando diventa visibile: un corpo che cede, una voce che si abbassa, giorni che si fermano da soli. Molto più difficile, invece, è riconoscere quella stanchezza che non fa rumore: quella che arriva quando senti di dover meritare ogni pausa, ogni deviazione, ogni momento che non produce nulla se non un po’ di sollievo. Nel mio caso, il riposo si sporca spesso di colpa.
Leggo, ascolto musica e intanto una parte di me continua a chiedermi che cosa sto trascurando, che cosa sto rimandando, che cosa dovrei fare invece. Forse il punto non è scegliere tra disciplina e desiderio. Dentro di noi convivono spesso parti diverse: una che vorrebbe creare, muoversi per istinto, seguire ciò che accende; e un’altra che controlla, organizza, teme di perdere il centro e il controllo. Il problema non è averle entrambe. Il problema è quando ogni slancio si traduce in colpa e ogni pausa sembra una mancanza.
Forse cambiare significa anche questo: non tornare subito efficienti, non rimettersi in piedi per dimostrare qualcosa, ma diventare un posto un po’ più sicuro per ciò che sentiamo. Intanto la mente che non si spegne, l’insonnia continua, il nervosismo incalza, e quel desiderio di fare qualunque cosa pur di trovare un po’ di pace cresce.
🎧 Nelle cuffie passavano i Beatles con I’m so tired
La musica che mi gira intorno - Gli album ascoltati
Mauro Ermanno Giovanardi - E poi scegliere con cura le parole (2026)
E poi scegliere con cura le parole è un titolo già tutto un programma: una dichiarazione d’intenti. Mauro Ermanno Giovanardi non spara frasi nell’aria: le pesa, le scava, le usa per scalfire l’anima. È un disco profondissimo, intriso di filosofia (Kierkegaard, Leopardi, Schopenhauer), ma così caldo e diretto che ti farà riflettere molto. Ci riconosci subito le stesse ossessioni che ti porti dietro, se sei un po’ paranoic* e un po’ riflessiv* come me.
C’è molta disillusione nel disco, una delusione che non è solo tua ma appartiene a molti. Giovanardi parla di anedonia, stanchezza e parole che si svelano di notte e svaniscono al mattino: è l’anedonia e la stanchezza che porto anch’io, quella di chi sceglie ma ha la testa che si arrovella, vorrebbe essere più leggero e sente il peso del presente e delle paure. Poi arriva l’inadeguatezza dei social, dove l’immagine conta più delle parole e saper scrivere un post più di una canzone: è il “circo” che evoca Giovanardi, quello a cui non vuoi più appartenere ma ti risucchia lo stesso, spingendoti verso incredulità, inadeguatezza e disillusione continue.
Veloce mi ha colpita già dalle prime note, perché fa una cosa che mi tocca molto: lega l’idea di scegliere all’idea stessa di esistere. Sottolinea però che non tutti possono scegliere, e che questo potere è un privilegio, quasi un lusso. Qui Giovanardi richiama Kierkegaard, il padre dell’esistenzialismo, e il suo “Aut–Aut”: l’uomo come pura possibilità, ma ogni scelta come rinuncia e angoscia. Un paradosso che fa suo per mostrare quanto sia difficile essere autentici nel mondo che stiamo vivendo.
La realtà è che non tutti possono permettersi di fare i filosofi. Non solo perché non hanno il lusso delle scelte, ma perché viviamo in un mondo che ci spinge in un conflitto continuo, tra la testa e il cuore, tra il dovere e il desiderio. La fretta dei nostri tempi, questa velocità a cui ci stanno abituando i social, ci impedisce la pausa riflessiva e ci fa correre ovunque senza sapere neanche verso cosa. Non riesci più a godere di ciò che fai bene perché devi solo “andare avanti”.
Nei brani firmati da Francesco Bianconi – La coscienza della mia generazione e Anni zero – Giovanardi sposta lo sguardo sulla sua generazione, ma anche sulle generazioni che verranno. Racconta persone, storie, nomi: Laura e Luca, Caterina e Annalisa, vite che si intersecano, fallimenti che si sommano. È il racconto di due generazioni che hanno convissuto nello stesso tempo, unite da un senso di colpa che Giovanardi si assume tutto, quella colpa che io attribuisco spesso alla generazione prima della mia e che la mia probabilmente porterà addosso.
Entrambi questi brani nominano la ginestra, quel fiore che mi ha subito richiamato alla mente la ginestra leopardiana: simbolo di dignità, forza e speranza, il fiore che non si piega sotto il Vesuvio, anche quando tutto intorno crolla. È bello che, in Anni zero, la ginestra torni ancora, quasi come un nodo di speranza in un presente che ti sembra sempre più fragile. È una ballad classica, con suoni e voce tradizionali, che contrappone le generazioni fino a farle dialogare in una comune, fragile speranza che qualcosa cambierà.
Passando da una dimensione più collettiva a una più intima, Amore Giuda affronta il tradimento a sangue freddo. È in Di struggente amore che il tema dell’altro si fa profondo: la presenza di chi può salvarci, allontanare i mostri e accompagnare la nostra parte scura, come un’eco di E ti vengo a cercare di Battiato. Fermami prosegue questo filo, ricordandoci quanto l’altro sia fondamentale per scoprire noi stessi. Per chi è solo* e tormentat*, l’idea di un abbraccio che accoglie la vulnerabilità è un’utopia necessaria: la bellezza di queste canzoni è che non risolvono il caos, ma ci danno il permesso di volere qualcuno accanto.
Per cantare più forte è un inno alla resilienza: la ricerca di una base sicura dove lasciarsi andare, un percorso di fragilità e rinascita. È un brano sulla forza nel caos, sulla paura esorcizzata dal canto, sul sentirsi vivi anche senza risposte. È la canzone che ti metti quando ti ricordi che non sei rotta, solo stanca. Non credo dei nei Miracoli parla di serenità, libertà, di qualcosa di diverso dall’impegno sterile: è l’infinito, l’armonica de Il cielo in una stanza. Chiude l’album Ha ragione Schopenhauer, che accosta la felicità alla assenza di dolore, visione molto umana che incrocia lo smarrimento, il dolore, l’insonnia e le inquietudini che accomunano tutti noi.
Questo disco arriva in punta di piedi, con la stessa attenzione alle parole che cerco io quando scrivo: non è solo il buio, non è solo l’anedonia, non è solo la disillusione, non è solo l’inadeguatezza. È tutto insieme, come le ferite che ti porti addosso da anni e che ogni tanto qualcuno ti svela senza che tu te lo aspettassi. Va ascoltato con il cuore e la mente aperti, perché dentro c’è una marea di roba che ti fa pensare e ti aiuta a trovare risposte che magari avevi già dentro.
Una cosa che mi ha colpito è l’uso del tono di voce: prima persona in alcune canzoni, seconda in altre, terza quando racconta le storie di Laura, Luca, Caterina e Annalisa. Questo gioco ti fa sentire dentro la storia, ma allo stesso tempo ti fa osservare la tua vita dall’esterno, come se qualcuno ti parlasse con franchezza, ma con delicatezza. Quando canta Giovanardi, a volte sembra quasi sorridere, come se sapesse esattamente cosa stai vivendo. L’ho ascoltato decine di volte nelle ultime ore e l’effetto è semplice: vorresti abbracciarlo e dirgli “Ci sono anch’io, provo anch’io le stesse cose, grazie per avere scelto con cura le parole, anche per me”.
Crosby Still Nash & Young - Déjà vu (1970)
Sono dell’idea che parafrasando qualcuno, la musica vada ascoltata con un piede nel passato e lo sguardo sempre dritto e aperto nel futuro. Oggi teniamo quel piede ben saldo nel 1970, o forse no?
Nel 1970, la guerra in Vietnam non accenna a finire, le proteste riempiono le strade e Woodstock è già diventato mito. La controcultura deve fare i conti con i propri limiti e con una realtà molto meno romantica di quanto volessero i pacifisti con il loro peace & love. Oggi, le guerre non accennano a placarsi, le proteste per lo shutdown infiammano gli aeroporti e il sogno tech di un’America invincibile è già leggenda. L’innovazione deve fare i conti con i propri limiti e con una realtà molto meno luminosa di quanto sbandierassero i guru dell’AI e della Silicon Valley con il loro hype & growth.
Negli scorsi giorni mi è capitato nelle cuffie questo disco, e ascoltarlo oggi significa riconoscere quanto alcune domande siano rimaste identiche, anche se lo scenario è completamente cambiato.
Nel 1970, Crosby, Stills, Nash & Young provano a tenere insieme le loro voci. Vengono da storie diverse, da band diverse, da modi opposti di stare al mondo. Eppure, insieme, riescono a far convivere le loro fragilità e le loro storie con l’urgenza di stare insieme per dire qualcosa che resterà nella storia della musica.
Teach your children well
Their father’s hell did slowly go by
Feed them on your dreams
The one they pick’s the one you’ll know by (Teach your children - Crosby, Stills, Nash & Young)
Un invito al dialogo tra generazioni, nel pieno di un mondo che cambia troppo in fretta. All’epoca erano figli e padri divisi dal Vietnam; oggi sono generazioni che non si capiscono davanti all’AI, alla crisi climatica, alle guerre, alle nuove paure. La lezione rimane: insegnare è anche ascoltarsi.
But I’m not giving in an inch to fear
‘Cause I promised myself this year
I feel like I owe it to someone (Almost Cut My Hair - Crosby, Stills, Nash & Young)
David Crosby urla l’urgenza della libertà individuale, anche impulsiva e rabbiosa. È una confessione che critica il il conformismo, un inno a chi porta i capelli lunghi per distinguersi. Con Trump, l’AI, gli algoritmi, Almost Cut My Hair resta il grido di chi ha il coraggio di mostrare la propria unicità.
We have all been here before (Déjà vu - Crosby, Stills, Nash & Young)
La canzone che dà il titolo all’album è un sogno ciclico, sospeso tra passato e presente. Parla della sensazione di esserci già stati, di rivivere gli stessi errori. Dovremmo aver imparato la lezione, invece...
Nel 2026 più che mai, tra guerre che ritornano e promesse tecnologiche che si ripetono, il déjà vu è il nostro stato d’animo collettivo.
Un libro e un disco
Gli antropologi di Ayşegül Savaş (2025) & Garip degli Altın Gün (2026)
Gli antropologi di Ayşegül Savaş è uno di quei libri in cui non succede niente eppure succede tutto. Con lo scorrere delle giornate entriamo in punta di piedi nella storia di una coppia, Asya e Manu, due persone che hanno lasciato i loro paesi, non sappiamo quali, e vivono in una grande città senza nome, cercando una forma possibile di casa, intimità, cerchia sociale e appartenenza. Quando si lascia una città si diventa stranieri due volte: a casa propria e nella città in cui si va ad abitare. Ci sono stanze, conversazioni, amici, piccoli rituali quotidiani. Savaş riesce a descrivere qualcosa di molto preciso e contemporaneo: quel sentirsi sempre un po’ di passaggio, anche quando si prova a mettere radici; quella sensazione di attesa che abita le nostre vite mentre il tempo, inesorabilmente, passa.
Più che raccontare una storia, Gli antropologi prova a nominare una sensazione: quella di cercare qualcuno o un posto con cui, e dove, sentirsi meno stranieri, per poi scoprire che siamo semplicemente tutti stranieri.
Un po’ come si fa in cucina con i vini, ti propongo un abbinamento libro‑disco: un album da ascoltare mentre leggi. Benché l’autrice non specifichi i paesi di provenienza dei protagonisti né la città in cui vivono, la sua biografia mi ha fatto pensare alla Turchia. Ho scelto quindi l’ultimo album degli Altın Gün, collettivo con base ad Amsterdam, che rilegge il folk psichedelico della musica turca mischiandolo con elementi funk, disco e synth pop, dando vita a un suono abbastanza nuovo, che forse mi ha ricordato solo i Glass Beams.
Dentro c’è molta Turchia, ma le orchestrazioni sono molto curate: ne viene fuori un ascolto piacevole e poco consueto, in un momento in cui ci stiamo saturando di certi suoni facilmente dimenticabili. Mi sembra un ottimo album per allargare un po’ gli orizzonti e aprire la mente a nuove possibili definizioni di world music.
Sui testi posso dire poco. Ho fatto esattamente quello che di solito non si dovrebbe fare: l’ho usato come tappeto sonoro, e dentro ci ho messo le parole del libro che stavo leggendo. Nonostante questo non ho fatto fatica ad ascoltarlo, e questa reinterpretazione di brani folk in chiave psichedelica non mi ha stancata. Anche senza capire i testi, dagli accordi e dagli arrangiamenti emergeva un sottofondo malinconico, con il basso un po’ slegato, la batteria leggermente sincopata e orchestrazioni, a volte, davvero sontuose negli archi.
C’è sicuramente una formula interessante: non so se ci tornerò spesso, ma in questa chiave, in questi giorni, con questo libro, devo dire che suonava alla grande.
E nel cassetto un libro letto
Poveri a noi di Elvio Carrieri (2024)
«Poveri a noi» è un romanzo che attraversa la quotidianità barese con uno sguardo giovane e pieno di ironia. La trama è semplice, quasi sfumata, ma a emergere sono le voci, i modi di dire e i luoghi di Bari, restituiti con una lingua vivissima. Libero, il protagonista, è un giovanissimo professore di Lettere nel carcere di Bari: la storia ruota attorno alla sua quotidianità, alla fraterna amicizia con Plinio e alla relazione con la giovane psicologa Letizia.
È un libro davvero scorrevole e autentico, capace di far sorridere (penso soprattutto agli autoctoni come me) anche se a volte sembra che l’autore si perda più tra le parole che nella storia. Si salva con una dolcissima conversazione verso la fine del libro, accompagnata da una riflessione sul modo di vivere la vita che ho sentito molto mia.
Nonostante tutto, il talento è indiscutibile: sono curiosa di vedere dove lo porterà il prossimo romanzo e quale sarà il suo prossimo sguardo sulla Puglia e sulla realtà contemporanea.
Tra un manifesto e lo specchio
Man on the Run (Prime Video) (2026)
Man on the Run rappresenta la versione più autentica di Paul McCartney: un racconto intimo, privo di filtri e difese. Il documentario, disponibile su Amazon Prime Video, offre un ritratto toccante di un artista che non ha mai smesso di reinventarsi, ricordandoci che l’arte, prima di tutto, è crescita personale.
Fin dai primi minuti emerge la sua profonda umanità. Subito dopo lo scioglimento dei Beatles, in un’intervista gli chiedono quali siano i suoi progetti per il futuro, e lui risponde con una sola parola: “crescere”. È proprio in questa costante tensione verso il cambiamento che McCartney rievoca il suo shock per la fine dei Beatles così come la percepisce, la paura di “non essere più nessuno” e il coraggio di mostrarsi fragile.
C’è la voglia di ricreare una “famiglia musicale” che lo accogliesse dopo la lunga parentesi beatlesiana che lo aveva accompagnato dai 15 ai 28 anni; il lutto per un capitolo che si chiude; l’amore per Linda, che emerge da ogni immagine; e quel legame con il pubblico che ancora oggi lo spinge a scrivere nuova musica e a cantare per il mondo, con il filo di voce che gli resta, creando canzoni capaci di unire generazioni.
Le 5 canzoni che ho ascoltato di più, che mi hanno fatto compagnia e salvato la vita in questo mese
Prima di salutarti…
In occasione del compleanno di Lucio Dalla ho chiesto ai miei amici della community Instagram di scegliere una canzone per cui ringraziarlo di averla scritta. Come al solito hanno fatto scelte magnifiche e ne è nata una playlist: un’occasione per ascoltare un po’ della sua musica, scoprirne nuove sfumature e riscoprirla in modo inaspettato.
Se queste 5 canzoni non ti sono bastate, ti lascio qui il link alla mia playlist Spotify con la Musica che mi gira intorno - 2026 Edition costantemente aggiornata.
Se invece cerchi solo canzoni uscite nel 2026, ho la playlist giusta per te: Rumori di fondo - 2026 (non perderla di vista, l’aggiorno spesso!)
Ho iniziato a raccogliere mese per mese gli album ascoltati, senza la presunzione di fare classifiche, ma con il solo desiderio di tenere traccia delle uscite e delle cose che ho ascoltato. Il recap di febbraio è qui. (Quello di marzo arriverà a metà aprile, sono un po’ indietro con gli ascolti…)
Anche questo mese non sono stata breve, perdonami! Scrivimi se ti va, qui o su Instagram e se ti va fammi sapere se la stanchezza primaverile ha colpito anche te.
Ti abbraccio.
G.


